Donatella Costantina Giancaspero, Lettura critica di alcune poesie di Kjell Espmark, da La creazione, Roma, Aracne Editrice 2017, traduzione di Enrico Tiozzo

 


foto Jason Langer [Lei è dunque stata un’altra per otto anni/ senza saperlo]

 

Kjell Espmarktra i più importanti scrittori svedesi, è nato nel 1930 a Strömsund, una suggestiva cittadina della Svezia centro-settentrionale. Professore di Letteratura comparata all’Università di Stoccolma, nel 1981 è stato nominato membro dell’Accademia di Svezia, dove, per molti anni, ha rivestito la carica di presidente del Premio Nobel.

 

Ancora studente presso l’Università di Stoccolma, Kjell Espmark esordisce come poeta nel 1956, con la raccolta L’uccisione di Benjamin, dove si coglie la netta influenza di T.S. Eliot, influenza che verrà superata, nelle opere successive, fino al raggiungimento di un suo personalissimo linguaggio. A questo lo condurrà la ricerca compiuta a partire dal 1970. Ciò che Espmark andava perseguendo in questi anni era una sorta di “traduzione dell’anima”, la sua “materializzazione” – ovvero come l’”interiore” diventa “esterno”–, ispirandosi alla tradizione del modernismo lirico internazionale (da Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, a Eliot e Breton) e, successivamente, a quella propriamente svedese (Ekelund, Lagerkvist, Södergran, Ekelöf, Thoursie e Tranströmer). La volontà di materializzare ciò che è interno è, infatti, una caratteristica sia del simbolismo, che dell’avanguardismo degli anni ’10 e del surrealismo.

 

Poco dopo aver ricevuto la cattedra (1978), Espmark inizia a lavorare a una nuova trilogia lirica culminante con Il pasto segreto (1984). La prospettiva s’era ormai allargata, centrando l’attenzione sull’Europa e, successivamente, sul mondo intero.

 

Dalla fine degli anni Ottanta al 1990, Espmark si afferma anche come romanziere. Il ciclo di sette romanzi, L’età dell’oblio, che rappresenta una delle opere fondamentali della letteratura svedese, offre un quadro sconvolgente del malessere e dell’angoscia del Novecento. Nel frattempo, pubblica altre due raccolte di poesia: Quando la strada gira (1992) e L’altra vita ((1998): traduzione a cura di Enrico Tiozzo.

 

All’attività di poeta e romanziere, Espmark unisce quella di drammaturgo e saggista, pubblicando, tra le altre opere, una monografia su Tomas Transtömer.

 

In totale, al suo attivo, egli annovera una sessantina di volumi, che gli hanno valso numerosi premi nazionali e internazionali.

 

Sul finire del Millennio, Espmark, ben lungi dall’esaurire la propria creatività, ha scritto alcune delle sue opere poetiche più grandi; non ultima quella composta nel 2002, dopo la scomparsa della moglie, I vivi non hanno tombe. Qui il testo è affidato interamente alla voce della moglie perduta, nella rievocazione di altre figure scomparse. Punto culminante della sua scrittura lirica è senz’altro Via lattea (2007), definita “la migliore raccolta di poesie pubblicate da un autore svedese nel 2000”.

 

Nel 2010 esce L’unica cosa necessaria, Poesie 1956-2009. Nello stesso anno I ricordi che si trovano. Del 2014 è Lo spazio interiore e, ultimo (2016), La creazione con la prefazione di Giorgio Linguaglossa è del 2017, libri pubblicati in Italia da Aracne Editrice, nella traduzione di Enrico Tiozzo.

 

(Donatella Costantina Giancaspero)

 

 


Si guarda il volto trasparente nello specchio.
 È del tutto estraneo.

 

Ermeneutica di Donatella Costantina Giancaspero

 

Da Lo spazio interiore (2014)

 

La tradita: solo un contorno senza forza

 

Lei è dunque stata un’altra per otto anni
senza saperlo.
Ogni giorno c’è stato un equivoco.
Si aggrappa al lavandino. La stanza da bagno vira di bordo.
L’inaudito non è nel guardare all’improvviso
in un entusiasmo inflessibile come quello degli insetti.
L’inaudito è vedere un pomeriggio
scambiati otto anni della propria vita.
I figli hanno saputo. E sono stati risparmiati. Questo amore
è appartenuto a tutta la cerchia dei conoscenti
una comunanza piena di antenne pendolanti.
Solo lei ne è rimasta fuori.
Il prezzo per la calma di tutti splendente come maggiolini
è la sua esistenza falsificata.
Si guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.
Le mani che diventano bianche intorno al lavandino
non più del suo proprio biancore
non sono sue. Lei non può trattenersi.
E vomita tutti i ricordi menzogneri:
questo volto semichiaro su di lei
sciolto in desiderio e assicurazioni
la sua repentina giovinezza – una gita sulla neve e risate
questi momenti maturi nel cerchio di luce del tavolo da pranzo
quando la voce di lui rendeva reale l’appartamento.
Lei vomita tutta questa vita falsa
queste giornate dal tanfo di gusci di gambero.
Infine siede sul pavimento del bagno
del tutto messa a nudo. Nulla è rimasto degli otto anni.
Solo il sapore di metallo in bocca.
Dovete restituirmi i miei anni!
I bambini se la cavano, inaspettatamente adulti, imbarazzati
dalla retorica, da questi resti di disperazione
che nemmeno ha parole proprie.
E gli occhi dei vicini nelle maioliche del bagno!
Lei siede avvolta intorno al suo vuoto doloroso.
Cerca di proteggere la sua povertà con la schiena contro tutti quelli che hanno saputo.

 

La traduzione di Enrico Tiozzo ci restituisce le parole di Kjell Espmark nella sua originaria profondità, nel suo inalterato spessore: profondità vertiginosa, a volte, di vuoto che pare risucchiarci, e spessore precario, di superficie irregolare, nel pericolo immanente dell’inciampo, tra rialzi e improvvisi avvallamenti dell’animo; profondità e spessore in quel concavo e convesso, inganno ostinato di lenti e di specchi, che riflettono, all’occhio del poeta e al nostro, la realtà in cui viviamo, quotidiana, ordinaria, focalizzando il dettaglio più insignificante. Una realtà deformata, dunque, interrotta, spezzata nel frammento delle immagini, che emergono da dentro, da fuori, da lontano; frammento di pensieri, che è frammento stesso della parola e del ritmo. E non distingue il poeta, o chi per lui, non riesce a vedere se quello «spacco» che «corre attraverso lo specchio» sia «nel vetro/ o nel mio occhio grigio di creta», come leggiamo in “Illuminazioni” (da Quando la strada gira):

 

[…]
Ci sono spacchi sul cielo e nelle strade.
Gli amici intorno a me
parlano il nostro venato quotidiano
con polvere di creta che scende dalla bocca.
Uno spacco corre attraverso lo specchio.
Non si riesce a vedere se è nel vetro
o nel mio occhio grigio di creta.

 

Si tratta di un’ «esistenza falsificata», che la donna di La tradita vede proiettata allo specchio in un volto «del tutto estraneo», mentre vomita nel lavandino i suoi «ricordi menzogneri». È la problematica dell’«autenticità», tema centrale per il pensiero e la poesia europea del Novecento, come ci fa osservare Giorgio Linguaglossa in una sua nota critica. Ce ne dà la motivazione: «sono state le due guerre mondiali e poi l’ultima, quella fredda, combattuta per interposte situazioni geopolitiche, a fornire il quadro storico nel quale situare quella problematica esistenziale».

 

La poesia di Espmark si inserisce in questo quadro. Possiamo definirla, con le parole stesse di Linguaglossa, “una sobria e prosaica epopea dell’infelicità borghese del nostro tempo post-utopico. Emerge il ritratto di una società con Signore e Signori alla affannosa ricerca di un grammo di autenticità nell’inautenticità generale”. Se ne coglie il senso attraverso quella particolare «topologia» fatta di “interni domestici ripresi per linee diagonali, sghembe e in scorcio”, dove si collocano “le storie esistenziali della grande civiltà urbana delle società postindustriali” e prendono vita le vicende private, “sobriamente prosaiche di una prosaica vita borghese; non c’è nessuna metafisica indotta, ma una domesticità e una prosaicità dei toni e delle situazioni” (cit.).

 

Ma la «topologia» comprende anche gli esterni: il mare, ad esempio, i laghi, con le loro gelide profondità, o anche le sconfinate foreste avvolte dalle nebbie: “le terre del settentrione e degli iperborei, aperte senza soluzione di continuità all’oltre, al doppio, all’antimateria”, come scrive Paolo Ruffilli sul retro di copertina dell’edizione italiana di L’altra vita (2003, trad. di Enrico Tiozzo). Perché qui «ci manca la vita che viviamo» e siamo dunque “oscuramente attratti” dall’Altra vita. E la natura rappresenta il suo luogo privilegiato: “ecco riemergere in mezzo al terriccio, tra il verde dell’erba e del fogliame, nel fresco dell’acqua, tutte le figure finite nel buio e tenute in vita dalle parole dei vivi […] perché ovunque si leva una voce a chiedere: «Prestami un po’ di vita»” (cit.).

 

A questo punto, vale una riflessione: la natura con valenza metaforica è molto sentita dai poeti nordici: pensiamo a Tomas Tranströmer, Lars Gustafsson, Werner Aspenström, per citare solo tre grandi apparsi anche su L’Ombra delle Parole. Ma, in una prospettiva generale, possiamo dire che i luoghi – gli esterni così come gli interni – e le atmosfere che essi evocano, pur nelle diversità degli stili di ciascun autore, si presentano addirittura come una costante della letteratura scandinava nel suo insieme. La maniera di raffigurare, di sentire certi luoghi, quello di far parlare, o di far tacere le «cose», le persone; la complessità, l’introspezione che ne scaturiscono, tutto questo e altro ancora, direi che è così comune, diffuso, in quella letteratura, perché fortemente radicato nell’anima delle popolazioni nordiche: lo è per motivi forse anche geografici, comunque profondi, la cui genesi si colloca, a mio parere, perfino alle origini della mitologia norrena.

 

Ora, noi, volendo visualizzare ciò che abbiamo letto in Espmark e in altri poeti nordici contemporanei, potremmo fare riferimento alla filmografia di un grande Maestro del cinema svedese, ovvero Ingmar Bergman: dai primi lavori di esordio, anche in campo teatrale, alle opere che, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, lo porteranno al successo internazionale, come Il settimo sigillo Il posto delle fragole. Ma altri film meritano di essere menzionati, quali Il voltoLa fontana della vergineCome in uno specchioLuci d’invernoPersonaScene da un matrimonioL’immagine allo specchioSinfonia d’autunno, e, l’ultimo, Fanny e Alexander. Ecco, già molti titoli ci dicono tutto: i temi di Bergman sono incentrati sui grandi interrogativi che riguardano la condizione umana (la Vita, la Morte, Dio), sulla conflittualità delle relazioni interpersonali, individuando nel sogno e nella memoria il mezzo per scandagliare la realtà.

 

Ne Il settimo sigillo, sembrano poesia alcune parole che il cavaliere Antonius Block pronuncia nel suo dialogo con la Morte:

 

“Il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare./ Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura”.

 

Queste parole ci riportano alla poesia di Espmark, alla sua straordinaria forza attrattiva. Giorgio Linguaglossa ne ha fatto un’analisi accurata, rilevando l’uso frequente delle frasi sincopate, «i repentini cambi di marcia, le impennate delle analogie, le perifrasi interrotte». La struttura del verso libero risulta tale da perdere, e far perdere continuamente in chi legge, la certezza dell’equilibrio, non essendo più riconoscibile un baricentro. Tuttavia, è proprio grazie a questa perdita che «la poesia si riassesta in un nuovo, benché precario, equilibrio». Proprio qui risiede il suo potere fascinatorio, nella perdita ritmica ottimamente resa nella traduzione di Enrico Tiozzo. Le parole affondano laceranti nella realtà quotidiana, nello «spazio interiore» e penetrano profonde in noi che leggiamo. Non possiamo sottrarci alla loro forza; e siamo tutt’uno, all’istante, con la sofferenza della donna, La tradita, «che siede avvolta intorno al suo vuoto doloroso»; è nostro il disagio per «quel diaframma sottile/ che separa il mondo dal mondo/ e quel sorriso che fa così male/ perché è fatto per non essere notato»; nostra la costernazione per non avere più volto, più identità… Ma, ancora più forte, la costernazione con cui – come Antonius Block – siamo costretti a fissare quel vuoto. Forse, ormai, non provoca nemmeno più “disgusto”, non fa più “paura”. È  un dato di fatto inappellabile: «Devo accettarlo», scrive Espmark, «come la mancanza di un contatto linguistico/ con la rondine che proprio ora va sotto il cornicione»

 

 


topologia tecniche di costruzione

 

Illuminazioni, da Quando la strada gira

 

5.


Siedo sulla scala e «mi» rado.
L’acero che nasconde la strada e il mondo
è un litigioso romanzo russo
in cui c’è la storia di tutto il podere.
Nel capitolo di oggi c’è qualcosa in giuoco.


Tolgo uno strato di schiuma e barba:
non c’è alcun volto dietro.
Devo accettarlo
come la mancanza di un contatto linguistico
con la rondine che proprio ora va sotto il cornicione:
[…]

 

Da La creazione (2017)

 

 La morte di Alessandria

 

Ho postato ne “La scialuppa di Pegaso” (FB) questa poesia di Kjell Espmark. È utile riproporla alla lettura di un pubblico qualificato, perché la ritengo consimile alla poesia che noi della «nuova ontologia estetica stiamo cercando». Una poesia che apre gli spazi. E apre il tempo. Si narra di un destino di «un figlio di contadini» saltando tutto ciò che è inessenziale e andando al nocciolo di quella cosa che si chiama «destino». In questa poesia non c’è nulla di ciò che si intende in Italia per poesia esistenzialistica,  nulla viene detto di quel «figlio di contadini che girò il mondo» di cui tratta la poesia perché, in fin dei conti, i dettagli di quella singola esistenza sono, per noi lettori, inessenziali, non ci rivelerebbero nulla di essenziale a noi uomini del presente evanescente posti in un futuro altrettanto evanescente. La poesia di Espmark narra per sommi tratti saltando da una strofa all’altra interi tragitti di esistenza, va per salti e traslati, per metafore e per metonimie come sa andare una grande poesia, come deve andare una grande poesia. Fino al diapason di quel distico con quella mirabolante immagine:

 

Un abbozzo contenuto in una cartolina scolorita
dove il francobollo mostra un re che cade.

 

*

Questa è Espnäs. Qui aspetta una poco illuminata
locanda da un secolo
più predicanti e agrimensori.

 

Che boschi brulli, a nord del nord.
Che freddo anche nell’urna del padre
che abbiamo appena immerso nel burbero mormorio
del controllato cimitero di Strömsund:
il figlio di contadini che girò il mondo e divenne
una manciata di esitante cenere
fra la scala e il rumore dei piuoli
che si spostano sempre laggiù.

 

Non ci siamo mai incontrati.
Le nostre frasi insieme cercavano
come gira l’amo con la mosca in infelice attesa
e lo scafo – prova un nocchiero sconosciuto:
un goffo capitolo con odore di benzina.
Ma anche attraverso un padre non allenato
può arrivare il brulichio di voci:
una locanda sottoterra
con porte che sbattono nel sotterraneo vento
e ospiti che non vogliono dire il loro nome.

 

Fu nel paese vicino al lago
un divorzio cambiò la creazione.
Qualcuno rubò la stessa volta celeste
e sottrasse tutte e due le sponde.
Spiega poi ad un bambino di quattro anni
che purtroppo è andato in rovina.
E non deve toccare la parola «casa».
Un abbozzo contenuto in una cartolina scolorita
dove il francobollo mostra un re che cade.

 

Io vivo ancora in un abbozzo –
non ho mai sprecato un minuto sulla domanda
«Chi sono io?». Sopporto lo specchio della camera d’albergo
esattamente per quei secondi
che occorrono per annodare la cravatta nera.

 

Porte di cenere sbattono nella corrente.

Ospiti di cenere vanno e vengono.
Di sera aurora boreale: va inflessibile
avanti e indietro, senza spiegazione.

 

(da Kjell EspmarkQuando la strada gira, Edizioni Bi.Bo. 1993. Traduzione di Enrico Tiozzo)

 

 
           topologia costruzione del volto

Da La creazione (Aracne, 2017)

 

La morte di Alessandria

 

Ho visto la tua angustia discreta questa mattina
davanti allo specchio esperto della camera d’albergo:
chi ti veniva incontro
tranne te stesso?
Tanto più vecchio di te, così avvizzito – 
l’ho visto dalle sue spalle insaccate.
Uno che si vede come la tua misura.

 

Qui giù nelle catacombe
dove greco, egizio e romano
litigano come inseparabili compagni di bisboccia
(il guardiano in toga e testa canina
il bue col sole attico fra le corna)
notiamo l’errore della cultura mescolata:
sulla tomba di famiglia l’uomo di pietra fa
un passo col piede sinistro verso la vita
mentre la donna che vuole specchiarlo
sporge avanti il suo piede destro
e rimane perciò nel buio.

 

A tutto capita di significare di più
di ciò che voleva significare.
La critica è più grande della poesia,
un malinteso terribile come la morte stessa.
E l’immagine che si dissolve nello specchio ha
a differenza del suo padrone un passaporto.
Il rumore del traffico 
si sprofonda nel rumore del traffico.
Le immondizie frugano nelle immondizie.
E il vecchio che scende dal tram
con una parola di Kavafis sulle labbra 
è ingiallito nel suo commento.

 

Questa è la città che se ne frega del vivere.
Questa è la città che parla della città:
un apparato di note che cresce sempre
raggiungendo i nostri fruscianti polmoni
e le nostre labbra sottili come carta.

 

Chi mi viene incontro nello specchio dell’ascensore
con una sicurezza che non è mia?

 


foto di Gunnar Smoliansky-1976

 

*

 

Mi precipitai fuori, trasformata in fiamme
dalla biblioteca di Alessandria.
I nove rotoli di papiro in cui abitavo
ancora crepitanti di deluso amore,
mutarono in scintille e salienti schegge.

E morii per la seconda volta.

 

Frammenti di me rimasero come citazioni.
La mia parola per cielo s’impigliò in un dotto pedante –
Lui era fisso alla scrivania
Quando il blu di colpo divenne il blu profondo.
Un pronome usato in modo inusuale
stregò un grammatico. La parola
che scrisse se stessa in giallo e verde – uno scarabeo! – 
aprì le sue elitre e si alzò
per portare il suo contesto attraverso i secoli.

 

Altri frammenti di ciò che era Saffo
rimasero come schegge sui passanti
per “richiamare chi a lungo amò”

 

*

 

Quando prendeste il largo
tra costellazioni spaventose
lasciandomi da questa parte del Giordano
portaste con voi una patria incompleta.

 

Divenni un mucchio di ossa abbandonate
rose da iene e avvoltoi
e rese lucide da vento e sabbia.
Ma i resti della gabbia toracica
trattennero ciò che il naufrago capì.

 

E ciò che veramente è io in me
non s’arrese. Questa tremula fiamma sperduta
ha vagato lungo vie polverose,
che non erano polvere né vie,
per cercare voi, i miei.

 

Volevo mettere la mia anziana parola
nei vostri sogni, senza destarvi. Sussurrare:
La creazione è ancora incompiuta.

 

*

 

Mi conoscete come Yan Zhenqing,
il maestro del pennello dritto.
Ma l’imperatore mi trovò altro uso.
Le rivolte allora squarciavano il regno.

I figli pugnalavano il loro padre
e le donne si sbudellavano come galline.
La realtà da noi ereditata cadde in pezzi.
Sì, la luna stessa fu ridotta in cenere.

 

Il mio valore durante la resistenza
mi aveva fatto diventare ministro.

Ma la mia aperta critica ai cortigiani corrotti
suscitò l’ira del primo consigliere.
Mi mandò a fare giustizia
del capo della rivoluzione Li Xili
pagando con la mia vita per l’oltraggio.

 

Ma Li voleva comprarmi. Si racconta
che accese un falò in giardino
minacciando di buttare un no nel fuoco.

 

 

 

*

La carta dell’Europa è macchiata di sangue.
Ma il violoncello insiste.
E il coro crea quell’ordine
che al mondo non è riuscito.

 

*

 

L’Ade sembra essere personale,
cucita su misura per ognuno.
Nella mia non ci si può alzare – 
Il nero che qui è la parola per cielo
spinge al suolo. Io stesso gli
sono appiccicato come una pellicola.

Neanche la speranza può staccarsi 
di un pollice dalla superficie.
Se fui portato qui a remi dalla città che guidai
la nave allora era sottile come una carta da gioco
e il trasbordatore piatto come un fante di fiori.

 

Il mio crimine era demolire la città vecchia – 
come se avessi demolito un pezzo della Storia!
Ciò che ricordo è un portone scolpito del barocco
e una scala con le finestre dipinte – una scena
con la vergine e il suo incapace cavaliere.

Mi ricordo anche una chiusa fra le acque,
sagomata come una foglia di trifoglio.
Tutto sbriciolato da allegre scavatrici
che portarono con sé anche il resto del ricordo.

 

*

 

Dunque sono un “tipo” che ha destato interesse
presso l’istituto di Biologia della Razza,
e si può leggere tra le righe nel rapporto
“Tipi parzialmente misti ai lapponi, Espnäs”.

Su una foto c’è Karl-Erik cugino di mio padre
insieme con i fratelli Per e Jöns Herbert
con l’abito della festa, aiutati con la cravatta.
Maniche e calzoni sono corti in modo imbarazzante
e la stoffa della giacca tira sui bottoni
nel nervosismo prima della prova.

La piega dei calzoni è abbastanza ariana?
I fratelli stanno in piedi sulla paglia del fienile
davanti a un muro imbiancato di calce
che fa pensare all’Olocausto
e guardano seri dentro al nostro tempo.

L’anno è il 1931
e la Storia sta per fare un grande passo indietro.

 

Mio padre rimane fuori dall’immagine,
postumamente inorridito dei suoi
tratti di colpo razzialmente impuri.

 

*

Io sono scosso dalla diagnosi come tale,
un insetto fissato nella lente d’ingrandimento
del biologo della razza Herman Lundborg.

L’occhio blu metallico su cui batte la palpebra
dall’altra parte della lente è in dubbio
s’io debba essere ricacciato nella tenda lappone
o lasciato entrare nel prossimo capitolo
del Piano Millenario.

 

I cugini di mio padre rimangono sull’attenti
mentre la foto invecchia intorno a loro.
Aspettano la decisione dell’Istituto.
Come fossero stati appena scaricati sul binario.

 

 

 

[Donatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.]