Poesie di Donatella Giancaspero, Maurizio Cucchi, Marina Petrillo, Lorenzo Pompeo, Commenti di Gino Rago e Giorgio Linguaglossa, L’impalcatura del pensiero poetante e l’economia monetaria dello stile

Donatella Giancaspero

Alla fine di aprile

L’intenzione di dire. Il fenomeno nuovo. L’evento.
Ma, di colpo, cade dalle mani la tazzina di porcellana.
Attraversando un flash, tocca il fondo.
Una lesione sul bordo per gli anni a venire.

A pranzo, in cucina, la sedia occupa il posto estraneo.
Sfilano i bar di passaggio. Le arance spremute nei vetri opachi.
Da un isolato all’altro, le parole sbirciano vetrine

– “per caso, senza l’idea di comprare qualcosa.
Cercando, magari una volta soltanto
e fuori stagione, un gelato al limone…”

Alla fine di aprile, i gabbiani qua intorno. Tanti.
Sui tetti. In cima ai comignoli. Appollaiati.
Chi punta il dito, in un ritaglio tondo di cielo.

 

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
Da una persiana all’altra.

Giorgio Linguaglossa

Copio e incollo da Nuovi Argomenti le poesie di Maurizio Cucchi tratte dal suo ultimo libro, Sindrome del distacco e tregua, Mondadori, Lo Specchio, 2019. 

 

Maurizio Cucchi

Troppo spesso – pensavo – troppo,
troppo spesso noi animali ci affidiamo
alla bontà curiosa della nostra indole.

E laggiù dove andrò, remoto,
nella patetica smorfia verticale muore
l’impronta, e non lo sa, e replica
se stesso, ancora, nell’ultimo conato
costruttivo. Del resto
ci piace assaporare, puerili,
la più elementare forma di dominio,
espressione del nostro costume
e la natura ci ingombra, ci pesa ma consiglia
le terre più estreme, dove l’attrito procede
e si consuma ancora più violento
e fisico, più naturale.

*

Ma poi, e basta qualche ora,
dopo l’orrore della massa accodata,
ecco la tregua benefica che scioglie
la sindrome sinistra e pervasiva
del distacco.

Che paesaggio, piano, indifferente,
serenamente bigio nell’oceano,
nelle sue piccole bianche casine silenziose
e io, la spuma tranquilla alle mie spalle,
in appoggio, slittavo in un sorriso nel vento
di improvvisa adesione. Non totale
adesione, ma quasi.

*

da Il penitente di Pryp’jat’

Nella foto di Kostin lei è di spalle, avanza
con un bastone e un sacchetto nero,
curva, ingobbita nella sua veste scura
e un fazzoletto in testa in una strada
solitaria, di terra e ciuffi e sassi.
Vecchissima arranca verso un dove
di patria, un dove di pace e morte.

*

Su tutto spicca la grande insegna
bianca sul prato, a sovrastare
quasi trionfale, la desolazione:
Припять 1970, l’anno
della sua edificazione. C’erano
la via dell’amicizia dei popoli,
la via degli entusiasti, una città
privilegiata di tecnici e maestranze,
l’idea del futuro nei palazzi, nelle menti
delle famiglie, dei bambini
nei parchi e nelle scuole.

Lo spettacolo fu quello
di una luminescenza strana,
meravigliosa, dissero. I pompieri
accorsero, si tolsero le tute,
tutto. E morirono tutti.

*

Ma solo dopo 36 ore
l’intero popolo della nuova città
fu finalmente evacuato.

Cesio-137. La nube
seccava le mucose nella bocca
e tonnellate di materia radioattiva
furono sparse nel vento, portate
dal vento verso nord. Un rilascio
pari a duecento volte Hiroshima
e Nagasaki messe assieme.

Nel caos dell’esito attivo
si annusava l’odore della carne marcia,
si andavano moltiplicando orrori vari
al sistema osseo, al connettivo, al sistema
nervoso e circolatorio.

Videro galline dalla cresta nera,
il latte si rapprendeva in polvere
bianca, nacquero sette ermafroditi.
Una moria di animali negli orti
diventati bianchi, nella foresta
rossa. C’era chi sollevava
strisce di pelle dal suo corpo con le mani.

Una quiete sinistra e irrevocabile.

*

Ci si abitua, è… normale. Si gode
di una sopravvivenza minuziosa,
in un farcela giorno per giorno, strappando
ogni giorno come un frutto, come
un regalo in più da far fruttare.
Prezioso, inestimabile, ed è solo un giorno
sottratto al proprio nulla.
In una città deserto per filosofi.

*

Spostavo lento il dito sulla mappa,
sul colore verde chiaro del paese
così labile e remoto. Leggevo i nomi
strani delle oblast, delle città. Ecco
Rivne, Žytomyr, Ovruč, che cercavo,
e le venature di azzurro più a nord.
Così, mentre ero al tavolo, la carta
si ingigantiva, si ingigantiva, a un tratto,
a dismisura e diventava terra, diventava
un intrico di terra, boscaglia e di palude
che quasi mi inghiottiva nel suo verde
e ocra. Iniziava lì la corsa in gruppo
nel bosco, preceduto, io, da due figure
femminili, alte, rapide e in nero.

Fino a trovarmi solo, in superficie, tra la sabbia bianca e le sterpaglie, proprio di fronte a quella specie di trapezio bianco, con la scritta in cirillico e la data, in nero, 1970. Lì, di fronte, si è di colpo aperta una via di campagna, miserabile, poche baracche ai lati, e lei, la vecchia che avanza, solo in apparenza sopraffatta.

Io l’ho seguita, fino alla cittadina
storica e infestata, verso la casa
dell’architetto. Qui mi hanno cantato
la leggenda del fantasma
il penitente che si aggira
solitario dietro una chiesa e appare
di notte, le lunghe dita bianche, la faccia
piatta, l’occhio sformato, i lunghi capelli
biondi arruffati, nerovestito dalla voce
roca, traslucido e urlante.

*

L’epilogo quale che sia non conta. Mai.
Così il meccanismo, la banale trama. Conta
l’insistere virtuale sulla scena,
la rapsodia sparsa e sempre minuziosa
delle circostanze. Poi

perdo l’orientamento, senza paura,
certo, ma deluso, e il dito,
d’improvviso impaziente, torna
curioso a muoversi, a grattare,
prima di depositarsi ormai stremato sull’atlante.

*

Giuseppe, per gli amici “El Pinìn”, e un desiderio di ruvida serenità, per qualcuno rudimentale o selvaggia. Non so perché, ma comincio a infastidirmi di tutto ciò che
è lì per niente, che non ha, insomma, una stretta utilità concreta. E che, s’intende, non ha neppure un requisito di bellezza. Perché, dopo tutto, proprio la bellezza… la bellezza disinteressata… Ma asciutta, ardua, priva di leggiadre soste ornate, decorate. Sì, homo aesteticus, se si può dire, e non il solito infelice homo oeconomicus.

Perché non è economico il reale,
mentre cerchiamo in un estremo
patetico conato di ricrescere
verso l’abisso, ottusi, scossi
dalla sacra idiozia della moneta.
Mi basta, minimale e individuo
come sono, la più modesta
resilienza del soggetto.

*

Osservo dalla mia finestra la chiave di volta della casa di fronte e subito penso a un ritmo scandito perfetto, a una musica, insomma, a un movimento, un movimento del corpo. E insieme penso a una provvisoria matematica esattezza, e soprattutto a un campo più vasto, un campo aperto di possibilità molteplici, o forse infinite, un campo intrecciato di corrispondenze sottili e di rimandi, di percezioni sensoriali diverse, leggibili, appunto, come “foreste di simboli” ai più sconosciute, dove “profumi, colori e suoni” portano in sé il progetto compiuto di un pensiero nascosto.

*

Clairoir

Sono pronto, finalmente, a scivolare
in pace indietro, ma è sempre poco,
verso ciò che è stato e che non so,
che è, permane, pur senza visibile traccia
e mi ha generato anonimo, nei passi
anonimi, nell’anonimo circolare
nel mondo innumerevole in appellativi
e umili viscere di terrestre terra
remota e ovunque come in quell’anno,
in quel numero inciso lassù,
sotto i ferri ingegnosi del clairoir,
dov’è la croce, forse alchemica,
aerato e ancora nitido: 1721,
i Brandeburghesi. Quando le storie ricordano:
la famiglia reale britannica s’inoculò il vaiolo.

*

Ma qui,
in questa rugosa e fresca Europa,
delle infinite, sottili differenze,
che la lingua rivela nei fantastici
nomi – Bilbao o Oxford, Tallinn, Roma
o Trondheim, Timişoara o Brno
o Murmansk, è ancora il vasto,
inimitabile, storico territorio,
ideale e reale, autentico
nostro mutante habitat.

*

La materia si erge, si protende,
ed è insieme fitta, ottusa e acuta
e in queste forme di impeccabile
eleganza misteriosa, per noi,
labirintica e leggera.
Il suo corpo tende a ricomporsi,
nelle costruzioni sottili dell’arte,
come una scrittura musicale
antica o d’avvenire e sempre
da scoprire, perlustrare e amare.

 

Marina Petrillo

Una poesia inedita 

(9 maggio 2019, alle 13.35)

Ci si sente forse sul ciglio
dell’immortalità tradotta ad effigie
o un pallido ciclo compone rinascite.

Donate una zolla di terra
al pauroso fragore del ciclo terrestre
in palpito di foglia morta al suo fiore.

Non soggiace Amore a spento atomo se
il nucleo trasale in ascensione inversa.
Chiamate i bambini a gran voce.

L’istante sconfigge ogni temporalità.
Indimostrabile teorema a diadema posto,
milizia in difesa di Bellezza.

Un albero attraversa lo sguardo.
Cauto, dilegua in rosei fiori e, a richiamo,
celebra del padre la memoria.

Non fui mai. Solo intrattenni dialogo
con l’anima in veste di luce abbagliata
da origami diurni graffiati a fosforo.

Così vedo allontanarsi la notte.

(Sia primo l’Essere che esce da se stesso per incontrare la parte di sé che non vedeva.)

 

Lorenzo Pompeo

Ars poetica

Il sipario di nebbia sale
e l’indocile evidenza
si spoglia delle sembianze:
davanti ai tuoi occhi sfila
una fila di colonne,
ai loro piedi scarpe rotte
e un vecchio indovino
con gli occhiali a specchio,
pronto a leggerti la mano.

Un vascello fantasma
appare e scompare,
lampeggia tra le costellazioni
il caso e il fato
se ne contendono il timone.

La sfera della penna rotola
sul lato oscuro del foglio,
dove le sillabe si accoppiano,
e ideogrammi luminosi
come fuochi d’artificio
si stampano sulla pelle. 

Gino Rago

– Ho pensato di intervenire su “Ars poetica” di Lorenzo Pompeo eliminando le trappole delle associazioni sostantivo-aggettivo.
Ri-propongo “Ars poetica” in distici.

Lorenzo Pompeo
Ars poetica

Un sipario di nebbia .
L’evidenza si spoglia delle sembianze:

davanti ai tuoi occhi sfila una fila di colonne,
ai loro piedi scarpe rotte.

L’ indovino con occhiali a specchio
pronto a leggerti la mano.

Un vascello fantasma appare e scompare,
lampeggia tra le costellazioni.

Caso e Fato
se ne contendono il timone.

La sfera della penna rotola sul lato oscuro del foglio.
Le sillabe si accoppiano.

Ideogrammi-fuochi-d’artificio sulla pelle.

Lorenzo Pompeo conosce assai bene poeti e poesia del Novecento poetico di Polonia, da Rózewicz a Herbert,da Milosz a Szymborska e a Ewa Lipska e ne ha tradotto con ottimi esiti svariati componimenti.

Ne ha ereditato la facoltà di catturare immagini e Lorenzo Pompeo stesso è ottimo fotografo, arriva al momento giusto e nel luogo giusto per fare scattare l’otturatore della sua macchina fotografica. I distici di “Ars poetica” (un titolo fortunato di Milosz che però finiva con il punto interrogativo, “Ars poetica?”, lo dimostrano: il poeta parte dalle immagini che fissa per sempre nel tempo e nello spazio.

Come in certi distici di Giorgio Linguaglossa, anche Lorenzo Pompeo ha come maestri gli occhi e come alleati il tempo e la luce.

Perciò le sillabe che si accoppiano nell’ars poetica si fanno ideogrammi-fuochi-d’artificio sulla pelle del poeta tesa come la pelle di un tamburo battente.

– Di rara bellezza, una perla, la poesia di Marina Petrillo con quegli origami graffiati a fosforo nella luce del giorno, l’unico modo per Marina, l’unico luogo in cui l’Essere che esce da sé può incontrare il lato al buio di se stesso.

Gino Rago

Leggiamo ad alta voce una poesia di Maurizio Cucchi:

La materia si erge, si protende,
ed è insieme fitta, ottusa e acuta
e in queste forme di impeccabile
eleganza misteriosa, per noi,
labirintica e leggera.
Il suo corpo tende a ricomporsi,
nelle costruzioni sottili dell’arte,
come una scrittura musicale
antica o d’avvenire e sempre
da scoprire, perlustrare e amare.

se poi li analizziamo con distacco notiamo, senza sforzi, che in appena 11 versi l’autore o  impiega ben 10 aggettivi qualitativi (fitta-ottusa-acuta-impeccabile-misteriosa-labirintica-leggera-sottili-musicale-antica)…

 

Giorgio Linguaglossa

L’impalcatura del pensiero poetante e l’economia monetaria dello stile

caro Gino,


hai fatto un esercizio intelligente sulla poesia di Lorenzo Pompeo: eliminando gli aggettivi hai estratto la quintessenza dagli oggetti presenti nella poesia. Così, gli oggetti possono risplendere di luce propria, e la tessitura del componimento risulta più salda, anche se più «fredda».

Per quanto riguarda il secondo autore proposto, Maurizio Cucchi, con una sua poesia tratta dall’ultimo libro pubblicato quest’anno, condivido appieno il tuo giudizio: in appena 11 versi ci sono ben 10 aggettivi qualificativi! Siamo al trionfo dell’aggettivo! E al capitombolo del sostantivo! Ed è ovvio che quando il pensiero poetico si affida alla figurazione aggettivale, si indebolisce; e così accade che l’autore (qualsiasi autore), che tenti, in modo consapevole o inconsapevole, di riempire e otturare la latenza dei sostantivi con una sovra abbondanza di aggettivi al fine di contro bilanciare lo squilibrio tra i sostantivi e gli aggettivi finisca per pagare un dazio elevato

Ma qui è tutta l’impalcatura del pensiero poetante, l’economia monetaria dello stile, che rivela il proprio punto nevralgico proprio per quella latenza dei sostantivi, delle onoma e delle res sostituiti con una impalcatura aggettivale coloristica. Cucchi tenta sì di fare una poesia oggettiva, una poesia delle res, della «materia», infatti l’incipit vuole convincere il lettore che qui si fa sul serio, si tratta nientemeno che della «materia» che «si erge»… e via di questo passo… Il verbo altisonante «si erge» al riflessivo è una spia della inadeguatezza grammaticale e lessicale del vestito linguistico alla postura da poesia metafisica che vuole presentare il Verbo della nuova ontologia cucchiana: la «materia»… etc. etc.

Accade questo: meno l’oggetto è «letteralmente» detto, più deve dirsi «figurativamente». Quando invece più l’oggetto del testo è problematico, meno dovrebbe essere detto in forma letterale discorsiva. Cioè, più il testo poetico si de-letteralizza, più il rapporto col reale diventa problematico, e più la problematicità, che è dunque formale, si dà ad una argomentazione dialettico-figurativa. Quando invece lo si letteralizza, il testo tende ad assumere un vestito discorsivo assertorio. Ad esempio, in un testo iper-letteralizzato, più si scava il fossato tra il letterale e il figurato, più il testo tende ad immedesimarsi con la voce monologante risolutoria. Ovviamente, un testo analitico-risolutorio come questo propostoci da Cucchi tende per propria forza di gravità ad assumere un discorso assertorio discorsivo, a tradurre la intima problematicità del reale al mero piano letteralizzato e alla abbondanza di aggettivi, della colorazione aggettivale. Il testo in questo caso perde in enigmaticità ciò che acquista in letteralizzazione; perdendo di vista la complessità del reale, semplicizza l’oggetto, lo rende nello spazio e nel tempo unilineare e nel viaggio discorsivo imposto dalla ragione argomentante, dimenticando che un oggetto che si trova nel mondo è sempre un oggetto immerso in una infinita molteplicità di relazioni mondane e storiche. E il discorso letterale va sempre a sbattere contro il muro della semplicizzazione prospettica dell’oggetto.

Con la poesia di Marina Petrillo ci troviamo all’interno di un discorso poetico che rinuncia a priori a porre il poiein sul piano del discorso assertorio risolutorio dell’io monologante e della ragione discorsiva; già nel primo verso, l’avverbio «forse» getta un fascio di luce fosco e allusivo su ciò che si sta per dire in un alternarsi di enunciati predittivi e allusivi di indubbia caratura stilistica e tonale dove il tono assertorio viene sostituito da un discorso dubitativo, ellittico e incidentato. Ecco una poesia che non si fregia della discorsività fine a se stessa, come mezzo per il tono assertorio monologante dell’io che sta dietro le quinte in attesa di sporgere il capo, il testo cresce da se stesso, dall’interno della propria infermità e debolezza vocabologica e dall’interno della debolezza ontologica dell’oggetto del contendere. La «materia» qui è davvero materiata, è una materia mutante, mutagena e l’oggetto-poesia viene abbandonato (nel senso di Gelassenheit) nel suo farsi e nel suo destino di mera infermità vocabologica. Giungono a proposito le parole di Umberto Galimberti:

«Gelassenheit significa allora ritrovarsi nell’essere come pensosità purificata da ogni residuo soggettivistico, e quindi silente per l’inadeguatezza del linguaggio a disposizione, oppure affidantesi alla parola poetica che non enuncia ma evoca. Gelassenheit significa anche lasciar essere (ein-lassen), quindi non volere. Il silenzio, la parola poetica, il non volere si profilano così come possibilità alternative al calcolo, all’enunciato, alla volontà di potenza…».1

La poesia della Petrillo narra in modo figurato l’essere che esce da se stesso, che si sporge dal nulla e si trasforma in ente vivente, e diventa nulla. Poesia diametralmente opposta a quella del realismo topologico e normografico dell’autore precedente, qui la stessa struttura sintattica e grammaticale viene piegata alle esigenze di un dire che non può che essere allusivo ed evenemenziale. Rileggiamo la prima terzina:

Ci si sente forse sul ciglio
dell’immortalità tradotta ad effigie
o un pallido ciclo compone rinascite.

Con quel noi al riflessivo del primo verso che si sporge timidamente ad alludere, a indicare la sostanza profonda che caratterizza l’ente nella sua genesi e nella sua gestazione fenomenica nel tempo. È una poesia che si lascia condurre dalla severa articolazione in terzine da un linguaggio enigmatico perché l’enigma è la sostanza profonda dell’ente che sta per prendere forma nell’universo. Questo ci dice la poesia con un linguaggio che si affida alla massima potenza connotativa del piano figurato. Pensosità purificata da ogni residuo soggettivistico.

  1. U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, 2005, pp. 407 e segg.

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Poesie ipoveritative in Distici di Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Guido Galdini, Silvana Palazzo

Giorgio Linguaglossa

caro Mario Gabriele,

«Riassumendo, direi che è l’asseribilità della ragione che si è globalmente impossibilizzata. La contemporaneità si è talmente sforzata di trasformare il negativo in positivo, di fare di quest’handicap storico una caratteristica costitutiva: la mancanza di principio è così diventata una posizione di principio, la disseminazione una ricchezza, il soggetto una traccia; il linguaggio metaforico e vago l’essenza stessa del logos. Non è forse necessario far buon viso a cattivo gioco? Ma quest’impostazione mal nasconde la contingenza sulla quale pretende di erigersi. Essa vuol far passare per tratti essenziali ciò che è accidentale, ciò che proviene da uno stato di cose superato e negato, come se tale negazione fosse un aspetto costitutivo del nostro essere. Così, il fatto che l’antico principio del pensiero, l’uomo, sia morto in quanto tale, non significa né che il pensiero del principio sia vano o impossibile, né che l’uomo sia una traccia, una casella vuota, una mancanza. Questi termini traducono astoricamente un certo divenire, e non quel che in realtà siamo.

È sullo sfondo del cartesianesimo che sono nati tali concetti, concetti la cui apparente positività rimuove piuttosto un’impossibilità di superare ciò che è superato, di riempire ciò che è diventato realtà vuota, se non facendo del vuoto il pieno stesso che occorre recuperare, un vuoto del principiale che sarà positivizzato in realtà effettiva. Ma è paradossale continuare a operare con categorie che sappiamo non pertinenti, volendo fare di questa non-pertinenza un tratto pertinente di sostituzione. È paradossale dire che una certa realtà concettuale non ha più corso, e perpetuare in vuoto questa realtà con l’affermazione che il vuoto è appunto la realtà. Come possiamo contemporaneamente sostenere che il soggetto fondatore è indicibile in quanto tale, e fare di questo indicibile il senso stesso del discorso antropologico, se non della realtà umana stessa? Non si continua in tal modo a pensare a partire dagli stessi termini, ma invertiti? La traccia dell’origine, in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e diventa effetto; lo spostamento qui è produzione. La non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un logos dell’originario è daltronde una vecchia idea del proposizionalismo che si trova già in Descartes, poiché la ratio cognoscendi non può porre in primo luogo ciò che è realmente primo; di qui il ritorno analitico all’origine, innato o a priori, che non possiamo mai delineare se non con uno scarto e un’eterna inadeguazione.»1

1 H. Meyer, Problematologia, Pratiche editrice, 1991 pp. 181-182

Donatella Costantina Giancaspero

Cari lettori e amici della rivista,
a voi tutti giungano i miei auguri più sentiti per una Pasqua serena e una altrettanto distensiva Pasquetta. Con gli auguri, la dedica di questi miei versi.

Un soir, l’âme du vin chantait dans les bouteilles…
(Charles Baudelaire)

Il vinaio

Il vinaio accanto alla stamperia
è il primo cliente della sua bottega.

Nelle mattine fredde, spunta una riga
di pigiama, dal maglione indurito.

Il sesso colposo gli ha tatuato un’ameba
sotto l’occhio; altre anneriscono in segreto.

Imbratta kleenex con latte condensato:
li semina per terra, a mezza luce,

tra il letto e il comodino
– per lui, che lo tradisce con uno più giovane –.

Salite, sabato sera, che vi faccio la trippa!

Da molti anni, il coltello del pane
è stato rimpiazzato.

Le coppette di vetro per la macedonia
sono rimaste in cinque

– quella sbreccata è finita nella spazzatura –.

La bottega è un buco. Una crepa
a misura di scalpello.

(Maggio 2018)

Guido Galdini, Tre poesie ipoveritative
Durante una visita alla mostra di Antonello da Messina (Milano, Palazzo Reale, Aprile 2019)

„Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro. La moda è il ritorno del sempre eguale nel nuovo.“ 

(Walter Benjamin)
In un certo senso, il distico segna il ritorno del sempre eguale nel nuovo distico che segue il precedente, il ritorno del revenant, è una spinta che segue ad una controspinta.

(g.l.)

San Gerolamo

il manto scende ad ondate
s’increspa sul pavimento

il leone passeggia nell’ombra
fuori c’è un cielo da oltrepassare

qualche uccello in planata
si avvicina all’azzurro

troppi libri e altri oggetti
ingombrano le mensole

il pavone non ha nessuna voglia
di esibire la ruota.

.

L’Annunciata

la mano destra si stacca
dal piano della tavola

è protesa per arrestare
la vicinanza di uno sconosciuto

l’altra mano trattiene il mantello
gli occhi hanno smesso di guardare.

.

Pietà (dal Museo Correr, Venezia)

il tempo ha sgretolato i volti di Cristo
e degli angeli che lo sorreggono
con le ali che pungono il cielo

il minuscolo teschio d’Adamo
è posato accanto all’albero rinsecchito

in piazza non c’è ancora nessuno
il mare è deserto di navi

un angelo si appoggia alla guancia
la mano di Cristo
che pende inerme dal polso

il costato ha una breve ferita.

*

Una poesia in distici di Carlo Livia dal libro in corso di stampa con Progetto Cultura, La malattia del cielo:

Carlo Livia

La prigione celeste

Dalla finestra di Mozart vedo la donna nuda che beve lacrime
divine in un cielo di astri divelti

e un vecchio bambino pazzo che trascina ridendo l’anima del
Grande assente.

a forza di dormire sull’orlo del precipizio, la mia anima si è
mutata in sette serafini ciechi

che baciano in sogno l’infelice sposa dell’Ultradio.
Ho attraversato tutto l’universo, cercando quella fessura del

tempo da cui affiora la morte
ma ho trovato solo lo splendore delle madonne silenziose

votate al blu.
Tutti i tabernacoli sospesi in alto mare s’inclinano lottando

contro un vento di frasi fatte
e versano in cielo una musica di carezze e desidèri di fanciulla,

tristi come la voce che mi sfiora in sogno
per dirmi che non è più qui.


.
(testo Carlo Livia:Layout 2 19/04/2019 20:23 Pagina 20)

*

Poesie nella versione in distici di Silvana Palazzo dal libro in corso di stampa con Progetto Cultura, Il poeta descrive la vita

Silvana Palazzo


Può un pensiero diventare poesia?
ed il pensare

divenire poetare?
Quali qualità deve avere il poeta

per essere reputato tale?

*

Ma che valore hanno le poesie?
Scriverle non è un mestiere e

fingere di farle non conviene
visto che nessuno le compra…

*

La poesia nessuno la vuole
fa fatica finanche a camminare

non sta in piedi perché
nessuno la vuol capire

anche se è la massima espressione
dell’essere umano…

*

La poesia?
troppo inconsistente

breve ma perturbante
ti ferisce dolcemente

anche con un carico pesante..

*

Cos’è necessario a che le parole
diventino poesia?

L’abilità nel costruirla o
la forza del cuore?

*

Se la poesia è un’apertura d’anima
al mondo…
basta aprirsi per essere poeti?

*

Sono entrata in una poesia,
ho camminato a lungo tra le parole,

ho sostato tra le righe,
per capire rigo per rigo,

per lasciarmi imbrattare d’inchiostro e di parole e
per sapere quello che il poeta

voleva comunicare…
ma forse, ciò che voleva dire

era qualcosa d’altro…

Mario M. Gabriele


Ti parlo, ma non mi ascolti.
Come è andata con Omar? Si è innamorato di Salomè?

Allora si spiega tutto
perché ha ucciso il serpente a sonagli.

La signora Hanna odia i positivisti
dopo aver letto la Pontificia Opera Cristiana.

Ogni giorno cerco nella cassetta
una piuma dal cielo.

Piqueras e Sweneey
non attendono le donne di Michelangelo

All’ultima curva della strada aspetto Milena
con Panetti e Shoppers.

Guardo il vestito, la maglietta a pailettes.
Controllo i Covered Bonds e le fake news.

Tommy è venuto a potare la siepe
per lasciare il posto al ruscus di Settembre.

Mark Strand si è rifatto ai quadri di Edward Hopper
diventando spiritualista.

Guardando la camera da letto di Van Gogh
sono riuscito a dormire senza EN.

Il Servizio urbano si è rinnovato
inaugurando vicoli con l’insegna: La tomba è il bacio di Dio.