L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950, Poesie di Alida Airaghi, Donatella Costantina Giancaspero e Francesca Dono, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa sul nuovo esistenzialismoL’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950, Poesie di Alida Airaghi, Donatella Costantina Giancaspero e Francesca Dono, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa sul nuovo esistenzialismo

 

 

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 

L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950


(28 febbraio 2019)

 

Di recente sono solito ritornare su un punto che mi sta a cuore, ed è inutile girarci attorno in cerca di eufemismi o di correttezza istituzionale: il fatto che gli scrittori, i poeti, gli artisti di oggi sono privi di autocoscienza storica, almeno nella misura in cui i poeti e gli scrittori delle generazioni di coloro che sono nati prima della seconda guerra mondiale e fino al 1950, o giù di lì. I poeti e gli scrittori nati dopo quella data posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti.

 

 

Scrive Mario Perniola:

 

«Le generazioni che crebbero dopo la fine della seconda guerra mondiale non hanno ereditato questa concezione del mondo [quella storicistica che ha dato vita alla resistenza al nazifascismo] basata sull’importanza decisiva dell’azione individuale e collettiva e sul carattere razionale e progressivo della storia: tale concezione è diventata per loro tanto più estranea quanto più la loro data di nascita si allontanava dalla fine della seconda guerra mondiale.  Esse sono state testimoni di eventi del tutto imprevedibili, in cui significato resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre a concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Questa generazioni si trovano perciò oggi nella condizioni di non aver ancora capito niente degli eventi che hanno vissuto e nei quali hanno perfino talora pensato di giocare un ruolo di protagonisti.

 

Dalla fine della seconda guerra mondiale sono accaduti in Occidente quattro fatti imprevedibili che hanno colto di sorpresa anche il pubblico più informato: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1979, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2001. Nei confronti di questi fatti la stragrande maggioranza delle persone ha fatto propria una frase dello scrittore francese Georges Bataille, impossible et pourtant là (impossibile, e nondimeno qui!)…

 

È noto che i contemporanei non sono i migliori conoscitori del loro presente: la maggior parte della gente non vive nell’attualità, e anche i meglio informati si sbagliano. Proverbiale è diventato l’esempio di Lenin che, poche settimane prima dello scoppio della rivoluzione russa, diceva agli operai svizzeri che sarebbe morto prima che questa avesse luogo. In linea di massima, il senso di ciò che è stato vissuto individualmente e collettivamente si scopre solo alla fine. È sempre stato difficile prevedere l’avvenire: tuttavia gli eventi successivi agli anni Sessanta del Novecento presentano un aspetto più refrattario alle interpretazioni che si valgono delle categorie storiche e ideologiche moderne.

 

Questi eventi appaiono più come miracoli che come compimenti di processi di cui si conosce lo svolgimento o realizzazioni di utopie; più come traumi che come tragedie o catastrofi di cui sia possibile elaborare il lutto. Certo è che nel momento in cui la società umana sembra diventare più razionale grazie alle straordinarie invenzioni della tecnoscienza, irrompono nell’esperienza individuale e storica fatti che sembrano caratterizzati da un’irrazionalità che appartiene all’orizzonte artistico e religioso più che a quello scientifico e filosofico, più a sindromi psicotiche che all’esplosione di contraddizioni o crisi che possono essere superate».1]

  1. M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 p. 6

Nessuno ha notato certe convergenze tra la poesia di Alida Airaghi e quella della nuova ontologia estetica, in particolare l’attenzione al tempo e alle temporalità dell’esserci. Già Mandel’stam parlava agli inizi degli anni Dieci del «rumore del tempo» che rinveniva nella propria poesia e in quella degli acmeisti… Heidegger ha parlato del «rumore del mondo» che si percepisce nella poesia in quanto la memoria è la traccia del tempo trascorso…

 

 

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 347, 1972)

 

Si parla continuamente di solitudine e di incomunicabilità tra gli uomini. Ma nel mondo di oggi ciò che ci manca è appunto la solitudine che è considerata la colpa maggiore, e siamo obbligati a stare sempre in linea di comunicazione; potessimo comunicare la nostra incomunicabilità! Che altro vale la pena di essere comunicato? Potessimo interrompere la comunicazione!

 

Noi dunque, noi gli incontentabili, gli instabili, che cosa veramente vogliamo? Forse non possiamo saperlo perché ciò che veramente vogliamo è non volere. In questa volontà negativa il volere si riposa della sua straordinaria volubilità.

 

Noi forse scriviamo per una minoranza – per una piccola e misteriosa associazione consapevole della sua minoranza – di eletti; ma non democraticamente, perché eletti dall’alto, e dall’altro. Non dai loro simili, come prevedono le nostre costituzioni democratiche, appunto perché essi non hanno simili. E questa consorteria dove regnerà il presente che noi siamo e preconizziamo è futura; è una consorteria di uomini non ancora nati, una consorteria di nascituri…

 

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 359, 1973)

 

 Nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo

 

 (R. Gasparotti, Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388). Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86)

 

 

Tre poesie di Alida Airaghi da L’attesa (2018) con un testo inedito

È questo tempo
perso.
Mio tempo inutile,
morto. Tempo
che aspetto
e guardo
nel suo bianco vuoto.
Di come si trascina
di come chiede
e attende.
Voce che manca
voce che non risponde;
stanco mio tempo
assorto.

 

*

 

Era un minuto, o

 forse venti,
o un’ora o un giorno;
non sapevo.
Talmente dentro
quel minuto, quell’ora,
quel giorno,
da non avvertire
misure, confini,
momenti.
Si dilatava il tempo,
e più non esisteva tempo.
Oppure ero io che mi facevo
tempo; non so.

 

*

 

«Le ore di dentro/ sono quelle vere; le ore lente», scrive Alida Airaghi, ed è già un progetto di poetica ben preciso, che indica la particolare articolazione della temporalità dell’Esperienza poiché «l’essere parla qui in forma transitiva, tra-passante (uber-gehend)», e in questo trapassare dell’esperienza soltanto si dà il lampeggiamento dell’Ereignis, come risposta alla chiamata dell’esserci. Noto in queste poesie una straordinaria comunanza con l’atmosfera della poesia di Donatella Costantina Giancaspero di Ma da un presagio d’ali (2015).

 

*

 

Le ore di dentro
sono quelle vere; le ore lente,
intendo: quelle misurate
dal battito del polso,
cadenzate dal tempo della mente
e dell’attesa. Non corrispondono
alle ore di fuori, ansimanti
di fretta, efficienti
e vittoriose.
Le ore interiori
sanno perdere, non si umiliano
per una sconfitta.
Assaporano invece nel loro profondo
tacere
il riscatto della quieta
indulgenza.

 

Al linguaggio metafisico che dice le cose come sono, la poesia della Airaghi, della Giancaspero, della Dono e di altri poeti che ruotano intorno alla nuova ontologia estetica,  sostituisce un linguaggio che non dice, un linguaggio che non è mai assertorio o suasorio ma che rinvia ad un altro mondo dove le cose sarebbero potute accadere in un altro modo, un mondo alternativo, un mondo parallelo al nostro, un mondo dove le cose sono collocate nel loro «luogo» (Ort) presso il quale il dire si spoglia di tutte le finzioni della retorica e della inautenticità della vita quotidiana…

 

Noi avvertiamo la «presenza» dell’esistenza soltanto quando ci allontaniamo dall’esistenza, quando siamo ex stasis, quando abitiamo la «presenza» di un’altra temporalità, una temporalità estraniata da noi stessi. Avvertiamo la distanza dal tempo soltanto quando abitiamo un altro tempo. In ciò penso risieda il significato del nuovo esistenzialismo della «nuova poesia»; quello slogamento, quella divaricazione che si apre tra un tempo, quello vero, e l’altro, quello immaginario. Ovvio che la «nuova poesia» si occupa di raccontare e rappresentare con i suoi mezzi questa nuova condizione esistenziale e spirituale.

 

*

 

Miracolo, miracolo! Alleluia, alleluia!

 

Avevo la sifilide, la gonorrea e l’aids e sono guarita senza medicine e senza ricoveri!

 

Non so quanti buchi nascondevo nella vagina (e mi pare non lo sappia nessuno: uno, due, tre, quattro, cinque, sette…); non li hanno rilevati né ginecologi né Tac.

 

Mi sono fatta 2500 amanti, e in quarant’anni di indagini non sono riusciti a scovarne nemmeno mezzo (prima, durante, o dopo il mio matrimonio).

 

Gestivo un fiorente bordello prostituendo le mie figlie dalla più tenera infanzia, ma stranamente non ho mai ricevuto né denunce né avvisi di garanzia.

 

Ho fatto i miliardi con l’usura, la droga, il riciclaggio, la mafia ma ho la fedina penale immacolata, e i conti correnti a posto.

 

Ho ucciso mio marito e i miei genitori col cianuro, che però non è stato trovato nelle riesumazioni.

 

Sono indemoniata e satanista, ma non credo al diavolo.

 

Sono una fattucchiera, e non sopporto la superstizione.

 

Ho il vizio dell’azzardo, della cocaina e dell’alcol, ma sono astemia, non ho mai fumato e gioco solo a dama.

 

Ho girato film porno con Tinto Brass e Rocco Siffredi, ma le pellicole sono state bruciate!!!!!

 

E alla fine, per nascondere le mie colpe, ho corrotto tutti: polizia, carabinieri, procure, giudici, clero, stampa, televisioni, medici e ospedali…

 

Non sono io che sto commettendo un reato, ma chi mi spia in casa da decenni, e lo faceva anche quando le mie figlie erano minori, diffondendo le immagini in tutto il mondo. Forse la Commissione dei Diritti Umani di Strasburgo avrà qualcosa da dire in proposito.

 

Felice che abbiano speso milioni per niente. Spero che nessuno mi chieda di perdonare. *

 

* ndr. Ovviamente, non sono prose poetiche, ma sono agli atti di diverse Procure (inedito)

 

 

Cinque poesie di Donatella Costantina Giancaspero da Ma da un presagio d’ali (2015)

 

È domani

 

Eppure è già domani
a quest’ora fonda
della notte,
quando nei condomini
i muri, che separano vita
da vita, hanno spessori
di silenzio
e dalle strade il buio
rimanda rare sirene,
eco sorda di macchine.
S’impiombano attoniti,
nel vuoto, i binari
della metro di superficie.

 

È domani,
e non vale la veglia
ostinata, non servono
i rituali del fare
a prolungare l’oggi.

Questo domani,
questo tempo muto, scattato
da una combinazione di lancette,
cielo acerbo, sospeso
sulla zona franca
del sonno, dove, ignoti,
già tanti destini si compiono,
questo è l’oggi.

 

Tra poco la notte sbiadirà
in un brusio di appannati risvegli
e frulli, alle finestre, cinguettii,
di luce in luce più canori,
fino al sole pieno,
puntato sulla città.
E sarà azzurro, azzurro estremo,
impietoso, nel suo occhio
fermo, astratto dagli occhi,
dissuasi, volti altrove;

 

perché altrove li volge
questo Tempo acuminato:
dov’è vita ferita che dispera
la vita, nei quotidiani martiri,
nelle morti suicide per dignità
negata, nelle stragi,
ai tribolati confini,
dove affonda il cuore

 

e la notte
di un altro domani.

 

*

 

Ma non vorresti
restare ancora
a questo limite del tempo,
dove i giorni s’aggrumano
in violente stagioni
e si disfano
resi a se stessi,
riassorbiti
nella propria dolorosa
sostanza

 

Sorge
al tuo sguardo,
con rassegnato nitore,
il punto inerte
della vita.
S’innalza
il muro cavo
dove ristagna
l’animo.
È un sentimento grave,
di stasi,
pesa intorno
– appena lo contrasta
quel turbinio
estenuante,
quel viavai senza scampo
che vedi
di volti in fuga –

 

*

 

Altro cielo
disceso più opaco
dal cielo
dei nostri disadorni
mattini,
ci affolla
in un bacino d’ombra.

 

 Altra luce,
di luce morendo,

 

ci scava l’animo.

 

*

 

Abbiamo voluto
dal principio
un arredo minimo,
appena sufficiente
per abitare, e le pareti
vuote – nulla
a violarne
con altra identità
il solitario
rigore – .

 

Scabra nudità
esposta
alla luce sontuosa
del mattino,
spalancata
all’occhio,
che la ripensa
materia purificata,
ne scava
ardui contenuti:

 

un senso duro
della vita.

 

*

 

Il bianco tepore
del braccio
poggiato dov’eri;
in sé discese lo sguardo,
che mi finge nel sonno,
mi trattiene
un’intima malìa.

 

Il tempo,
in cui ti vesti, accendi
l’aroma del tabacco,
pare consueto:
è come se
abitassi
da sempre io
il tuo destino.

 

E, se mi muovo
appena,
tu dici rimani
riposa ancora
un poco:

 

non è tardi.

 

 

 

 

Una poesia di Francesca Dono

– fantasie con montagne appassite –

 

mi volti le spalle di continuo nel sogno che immagino di sognare. Niente di grande. Marrone limpido il parco a piedi nudi.

 

Quei volti poco precisi. Collaterali alla luce dei tamburi e del tempo inaffidabile. Ho diviso i tuoi occhi in papaveri rossi .

 

Una malinconica folata in scaglie di piante. Un tram si contorceva sul ferro dei binari. Sulle ultime cose viste da sotto un giornale di nubi.

 

Nessuno era in vita. Solo corde staminali. Fantasie con le montagne appassite. Un fantasma al gas naturale.

 

Sponda di un attimo anonimo