Chaurapanchasika, Poema erotico attribuito al poeta indiano Bilhana, del Kashmir dell’XI secolo, traduzione a cura di Paolo Statuti

 


Chaurapanchasika, textile art

 

Chaurapanchasika è considerato uno dei più bei poemi d’amore di tutti i tempi. Comprende 50 brevi strofe e ciascuna di esse inizia con adyápi (anche ora). Secondo il poeta, traduttore e drammaturgo inglese Tony Harrison, questa parola: “produce l’effetto di una campana funebre e del battito del cuore del condannato a morte. Nella pausa tra anche ora e la strofa che segue, il suono della campana rievoca alla sua coscienza il voluttuoso amore vissuto.” E’ la storia dell’amore furtivo di un giovane di talento, scelto dal re Sundava del Kanchipur per istruire la figlia Vidya. Per evitare ogni sviluppo romantico tra i due, il re disse alla principessa che il suo tutore era lebbroso, mentre disse al giovane che la sua allieva era cieca. Tuttavia il trucco durò poco e nelle due giovani anime sbocciò l’amore. Quando il re venne a saperlo imprigionò e condannò a morte il giovane. Egli trascorse le sue ultime ore componendo questo poema, in cui ricorda la bellezza dell’amata e le gioie della passione.

 

   Nei vari manoscritti conservati negli archivi indiani e di altri paesi, esistono diverse versioni di questa “raccolta di strofe”, come qualcuno ha voluto definirla, sotto il nome di Chaurapanchasika o Bilhanapanchasika, tuttavia gli studiosi considerano come fondamentali due versioni: quella del Kashmir e quella dell’India meridionale, nelle quali soltanto 7 strofe sono comuni a entrambe. Nel 1971 è uscito il libro della nota studiosa di letteratura sanscrita Barbara Miller Phantasies of a Love-Thief. The Caurapancasika attributed to Bilhana (Columbia University Press), dove c’è la traduzione letterale dal sanscrito di queste due versioni. Consultando anche altre traduzioni in inglese e francese, ho rilevato che esse divergono più o meno tra loro per il numero e la lunghezza delle strofe e per il loro contenuto. Si ha insomma l’impressione che da un ceppo originario siamo scaturite differenti “schegge”. Esiste ad esempio anche una traduzione anonima russa di sole 41 strofe, che sembra sia stata tradotta da una delle lingue europee, anziché dal sanscrito.  Inoltre la leggenda ha conclusioni diverse: quella più lieta vede il giovane rimesso in libertà e il suo matrimonio con la principessa, dopo aver letto il suo poema al re, e quella più triste che termina con la morte dell’amante segreto per mano del carnefice.

 

  Ci sono varie opinioni sulla paternità di questo poema, tuttavia esistono fondati motivi per attribuirlo a Bilhana, poeta del Kashmir dell’XI secolo, ricordato soprattutto per il suo poema storico Vikramankadevacarita (Le gesta del re Vikramaditya).

 

   Nell’inverno del 1915 il poeta inglese Edward Powys Mathers tradusse il poema di Bilhana e lo intitolò Black Marigolds (I neri garofani d’India). La prima edizione uscì nel 1919 e nel 1929 fu inserita nell’antologia della poesia mondiale curata dal poeta americano Mark Van Doren (Anthology of World Poetry). Edward Powys Mathers nacque da una famiglia cinese che viveva a Forest Hill (Londra) il 26 agosto 1892 e morì il 3 febbraio 1939. All’inizio della prima guerra mondiale si arruolò volontario nell’esercito britannico, ma qualche mese dopo, per motivi sconosciuti, fu congedato. Della sua produzione poetica e della sua vita si sa poco. Nella prefazione al suo lavoro Mathers scrive: “Più che una traduzione, considero questa mia opera una interpretazione, un tentativo di rendere in inglese lo spirito di mesta esaltazione di cui è saturo il testo originale in sanscrito.”  Quella di Mathers è considerata una traduzione libera e piuttosto come un’opera originale, scritta sotto l’influenza e come imitazione del poema indiano.

 

   Per la mia versione ho preso in esame soprattutto due traduzioni dal sanscrito: quella inglese di Edward Powys Mathers, 8 strofe della quale furono inserite da John Steinbeck (1902-1968) nel suo romanzo Cannery Row (Vicolo Cannery), e quella francese di Hippolyte Fauche (1797-1869).

 

      In italiano mi risultano queste due traduzioni dal sanscrito:

 

Il canto del ladro d’Amore, a cura di Giuseppe De Lorenzo, R. Ricciardi, 1925 e Ladro d’amore. Caurapancasika attribuito a Bilhana, a cura di Giuliano Boccali, Vanni Scheiwiller, 1979. Di queste due versioni non ho tenuto alcun conto per evitare ogni possibilità di plagio.

 

   Sono felice di avere scoperto questo capolavoro della poesia erotica che mostra tutta la gamma dell’amore e un intero mondo di colore, luce, passione che stimola i sensi e suscita emozioni. E sono soprattutto felice di poter contribuire a farlo conoscere ai lettori italiani.

 

Ecco la mia versione:

 

Chaurapanchasika – Canto dell’amore furtivo
attribuito al poeta indiano Bilhana, del Kashmir dell’XI secolo

1

 

Anche ora,
tutti i miei pensieri volano alla figlia del re
in ghirlande di magnolie dorate,
tutti i miei pensieri vanno a lei,
come a una scienza perduta,
fuggita dalle menti umane,
cercando di riportarla nella mia anima.

 

2

 

Anche ora,
se penso alla sua immagine,
al suo viso come loto sbocciato,
al suo seno come due frutti
ricolmi di dolce succo,
al suo corpo ferito 
dalle frecce dell’amore,
il mio cuore è come sepolto nella neve.

 

3

 

Anche ora,
se rivedessi la mia fanciulla 
dai grandi occhi di loto, di nuovo
l’abbandonerei alle mie bramose braccia, 
a questi frementi gemelli che ora stringono
nel buio un gelido nulla, di nuovo
berrei il nettare inebriante 
dalle sue morbide labbra,
come un’ape nella sua folle ebbrezza 
ruba il miele a un fiore di ninfea.

 

4

 

Anche ora,
la ricordo esausta dal peso del giovane amore,
ricordo lo sciame di riccioli che cadevano 
sulle pallide guance, come a celare 
il segreto della colpa, ricordo 
i suoi piccoli piedi armoniosi e le morbide braccia
che cingevano come edera il mio collo.

 

5

 

Anche ora,
ricordo il suo viso acceso da improvviso pudore,
trasformato dall’insonnia amorosa,
i suoi grandi occhi lucenti come tremule stelle,
e tutta la notte vaganti come uccelli rosa
che sfiorano le acque dell’amore
in un raccolto di loto.

 

6

 

Anche ora,
se rivedessi le sue membra soavi
che la mia lunga assenza 
ha gettato nella febbre,
il mio amore per lei sarebbe corde di fiori,
e la notte un amante dai capelli neri
sul seno del giorno.


7

 

Anche ora,
sento il suono del flauto,
vedo le sue labbra color papavero,
il suo corpo fremente al ritmo dell’amore.
Tacita e incantevole come luna piena,
ninfa dal florido seno che danza avvolta
nella criniera dei suoi capelli al vento.

 

8

 

Anche ora,
la ricordo nel suo letto
fragrante di muschio e di sandalo.
I miei occhi che presto non vedranno più
rivedono le campanule d’oro
che pendono dalle orecchie 
e battono sulle guance di magnolia;
i seducenti occhi simili a due fringuelli
che si baciano coi becchi immersi a turno
nelle piccole avide bocche.

 

9

 

Anche ora,
l’austera ruvidezza dell’amore
sul suo corpo docile e delicato,
tormenta la mia memoria.
La rivedo nell’ora che incorona l’amore,
rossa per il vino gustato dalle sue labbra,
il corpo lieve, i grandi occhi accesi,
le membra che profumano
di muschio e di legno del Kashmir.

 

10

 

Anche ora,
ricordo il lontano viso splendente come oro,
imperlato dal sudore, gli occhi ardenti di desiderio,
che svelavano la fatica della voluttà.
Ricordo il viso raggiante, come disco lunare,
quando Rahu smette di nascondere i suoi raggi
con la sua ombra scura.

 

11

 

Anche ora,
la morte mi conforta col ricordo 
delle sue ciglia vellutate 
e dei piccoli fiori rossi del suo seno.
Ed è presente al mio animo
la parola “Addio”, che al momento 
di lasciare la figlia del re,
quella notte, chino su di lei,
io le sussurrai nell’orecchio.

 

 

12

 

Anche ora,
i miei occhi che non guardano più intorno
mi mostrano il viso della mia diletta perduta,
le guance accarezzate dai riccioli neri.
O soffice, bianca, mirabile pergamena,
dove le mie povere labbra ora lontane,
nella notte lunare, scrivevano versi di baci
che non scriveranno più.

 

13

 

Anche ora,
lottando con la morte, mi appare il tremolio 
delle palpebre delicatamente incipriate,
tutta la dolce immagine del corpo
spossato dai moti ripetuti della gioia,
i fiori rosa dei palpitanti capezzoli 
sul bordo della tunica,
la freschezza delle labbra scarlatte,
segnate dai miei baci voluttuosi.

 

14

 

Anche ora,
in un fresco scroscio di acque a primavera,
le sue dita rosse come fiori di asoka,
le perle della collana che baciano 
le seducenti punte dei seni,
le sue amabili pallide guance,
dove si riflette un sorriso interiore,
il suo languido passo di cigno:
mi ricordano la mia diletta fanciulla.

 

15

 

Anche ora,
rivedo i segni delle mie unghie,
lasciati sulle morbide anche,
lucenti di polvere dorata,
il suo splendente abito di fili d’oro
e il suo incedere regale.

 

16

 

Anche ora,
che il mio cuore è spezzato
e sento crollarmi addosso 
le pareti della mia prigione,
vedo una luce e in quella luce
la mia fanciulla si muove,
i piedi e le braccia ornati 
di cerchietti d’oro, i suoi occhi 
abbelliti dal collirio vagano lontano,
i denti sono fili di perle
nel cinabro delle labbra.

 

17

 

Anche ora,
ricordo il nastro della treccia slegato
e la ghirlanda appassita,
il sorriso sulle sue labbra
dolce come l’ambrosia,
la coppia dei seni alti e sporgenti
che baciano voluttuosi 
i fili della sua collana.

 

18

 

Anche ora,
la ricordo nel suo bianco palazzo
alla luce delle torce mescolata
a quella dei suoi gioielli,
i raggi di luce che squarciano la notte.
Rivedo la mia principessa,
gli occhi presi da un timido pudore,
nel momento in cui si alza e dice:
«Andrò a dormire, buonanotte, mie dame!»

 

19

 

Anche ora,
benché sia così lontano da lei,
uno stormo di uccelli sorvolando gli alberi
della valle passa sulla mia prigione,
e i loro richiami e trilli 
mi riportano alla mia fanciulla.
Perché assai simile a quello di un uccello
è il suo canto, e come le ali di un’aquila nera
si scuotono di notte i suoi capelli.

 

20

 

Anche ora,
io so che la mia principessa era felice.
La rivedo toccarsi il seno con le dita
morbide come fiori, guardandomi 
con sospetto e gli occhi sorridenti.
Lei è il vaso in cui si versa il filtro magico
di otto sentimenti e recita il primo ruolo
nel dramma dell’amore.
Oh, morire qui! Baciami
e io sarò più puro dei rapidi fiumi.

 

21


Anche ora,
certamente! neanche un istante 
io posso dimenticare questa fanciulla,
che un signore suo sposo, ancora 
non ha condotto alla sua dimora, 
lei così piena di tenerezza
e che vale più della mia vita,
lei che vede le sue membra
consumate dal fuoco dell’amore,
e il cui corpo aderiva al mio
come un abito bagnato.

 

22

 

Anche ora,
io sogno questa figlia di re. Ella fu creata
come primaria bellezza
per essere il vaso unico dell’amore…
Oh, Vishnu, il mio distacco 
da questa fanciulla 
dalle membra così delicate,
io non potrò mai sopportare!

 

23

 

Anche ora,
ricordo la sua bellezza sorridente,
la sua veste dorata che scivola sul terreno
e prevale sull’ordine terrestre
rendendo inefficaci le maree.
Io la contemplo bella 
come lo stesso vessillo di fiori 
fiammanti dell’Amore,
che sventola sul monte Mandara
dell’erotismo.

 

 

24

 

Anche ora,
ricordando le parole dei saggi
che dietro le pareti delle torri
hanno perso la loro giovinezza,
non trovo in esse lo spirito e i sussurri
della mia fanciulla, la sua lingua brillante
dai colori sfumati, dove s’intrecciano 
timide frasi ora ragionevoli, ora piccanti,
ora intrise di cento lusinghe.

 

25

 

Anche ora,
rivedo il suo stanco sorriso la mattina
stretta tra le mie braccia.
Rivedo le sue guance baciate 
da uno sciame di api, attratte
dal profumo di loto del suo viso.
Lei sembra essere il fenicottero 
dell’Amore nella foresta dei suoi loti,
e mi appare immersa nel piacere
in cui l’amante pensa di rinascere.

 

26

 

Anche ora,
il peschereccio approda e il pescatore
torna alla sua casa con la rete grondante
di gialli riflessi della luna.
La fiamma porporina del fuoco
lo chiama all’amore e al sonno.
La luna brilla sul seno della mia amata,
e io devo morire.

 

27

 

Anche ora,
ho bisogno di pregare, di esprimere
il mio estremo giudizio sul mondo
ai grandi tredici dei, di fare un bilancio,
prima che l’anima s’involi.
M’inginocchio e sussurro: Padre della Luce,
fa’ ch’io possa vederti. Madre delle Stelle,
lasciami baciare i tuoi piedi, io ti amo.

 

28

 

Anche ora, 
ricordo la sua divina beltà,
i suoi sguardi smarriti,
come quelli di una cerva impaurita,
il viso segnato dal grave dolore,
gli occhi offuscati dalle lacrime
che scendevano vacillanti,
quando il clamore del popolo sulla strada,
dove mi hanno portato,
ha ferito il suo orecchio.

 

29

 

Anche ora,
mi appare la mia fanciulla, 
lei che sostiene l’edificio della mia vita,
e la cui assenza anche per un solo istante
è come il veleno, lei che è un fiume d’ambrosia,
quando mi è dato di essere al suo fianco.
Con lei non ho bisogno di Brahma, 
di Vishnu e di Shiva!

 

30

 

Anche ora,
in questo mondo, dove la natura
fa nascere incantevoli spose,
i miei occhi non hanno mai visto 
una creatura più perfetta 
di questa fanciulla, la cui bellezza
ha vinto le grazie della luna,
dell’Amore e di Rati sua sposa,
la Voluttà.

 

31

 

Anche ora,
ricordo i suoi piedi piccoli come una mano,
e tutto il suo corpo piccolo come uno scudo,
e non posso dimenticare quando il re
mi fece prendere nel suo palazzo
dalle perfide guardie, 
simili a messaggeri di morte, 
lei tentò allora in tutti i modi di salvarmi,
affrontando il padre nella sua collera,
colpendo i soldati con le bianche mani inermi!

 

32

 

Anche ora,
notte e giorno il mio cuore è tormentato
dal pensiero che non vedrò più la mia amata
mostrare davanti a me ad ogni passo
la sua leggiadra figura di luna piena,
fiera delle ferite che ella procurò all’orgoglio
dell’Amore, irritato ch’ella superi in bellezza
il viso stesso della Voluttà, sua sposa.

 

33

 

Anche ora,
il sonno mi ha abbandonato,
pensando al suo bianco letto,
dove ora dorme dopo aver pianto tanto.
Povero piccolo amore, il tempo vola via,
l’anno così grigio che è trascorso
fermenta adesso nel vinoso autunno,
e io devo morire.

 

34

 

Anche ora,
ricordo quando camminavamo,
pieni di stupore, come entrando
dal sonno in una grande luce,
lungo il corso del fiume invernale
e il sole al tramonto.
Con lei ho amato i cipressi e le rose,
le azzurre cime maestose
e le verdi colline, il mare turchese 
e le stelle. Ricordo che il mio sogno 
si avverava in un’avida vita,
nell’ora in cui cadevano i fiori del pesco.
Allora l’oro della sua anima 
fluiva nella mia anima e io sono ricco
anche oggi, nel mio ultimo giorno.

 

35

 

Anche ora,
io amo i lunghi occhi neri 
il cui sguardo accarezza come seta,
la cui tristezza si alterna
senza sosta all’ilarità,
Io amo la fragranza delle sue labbra,
la sua bocca profumata,
e i capelli ondulati, lievi come il fumo,
e le minute dita e il quieto riso 
delle verdi gemme.

 

 

36

 

Anche ora,
ricordo e mi chiedo: dove e come amano 
le sacerdotesse di Rati?
Potete dirmi come si bagnano 
al chiaro di luna, e se la calda vasca
ha i bordi d’argento?
E se quando si pettinano le loro dita
sembrano rami di corallo
nel nero mare dei capelli?

 

37

 

Anche ora,
ricordo che alle mie carezze rispondeva
con una carezza silenziosa,
unendo la sua anima alla mia,
e nel fuoco dell’amore 
non era mai lasciva,
come le sacerdotesse che servono
la loro voluttuosa dea. Io le ho viste
nell’amore al chiaro di luna,
e poi in una sala rivestita di tappeti,
addormentarsi qua e là discinte, 
con la lucerna come unico testimone.

 

38

 

Anche ora,
io non so se lei non è Mahadevi,
la sposa di Shiva, o Kagapata, 
la compagna del Re degli Dei,
o Lakshmi, la sposa di Krishna,
dai capelli viola.
Io non so se Brahma nei suoi segreti disegni
non ha creato la mia dolce amata,
per fare impazzire i tre mondi
dal desiderio impaziente di contemplare 
questa perla tra le fanciulle.

 

39

 

Anche ora,
i più grandi pittori del mondo
con le loro barbette nere, i loro rosa,
verdi e grigi, blu oltremare e terra d’ombra,
non sono capaci sicuramente 
di dipingere la sua bellezza.
Deride l’arte la luce del sole
sul corpo della mia sposa.
Soltanto chi ha potuto vedere 
coi propri occhi le sue forme senza veli,
è capace di dipingerla.

 

40

 

Anche ora,
che la notte è piena 
di pagliuzze d’argento della pioggia,
io mando a lei la mia anima,
per vedere il suo corpo 
per l’ultima volta.
La sua testa in ombra giace 
lasciando una spazio sul cuscino,
le sue braccia tese a stringere il vuoto.
Io vedo il suo corpo nudo.

 

41

 

Anche ora,
che la bellezza immacolata della luna
stende la sua luce d’argento
sul cielo d’autunno,
e ha incantato l’anima 
del severo anacoreta,
che dimentica anche di pregare,
a maggior ragione per me,
se potessi riavere la sua bocca 
dal sapore di ambrosia,
il timore della separazione
non tormenterebbe più la mia anima.

 

 

42

 

Anche ora,
ricordo la sua bocca 
deliziosamente profumata 
come polline di loto,
e il lago sacro dell’amore. 
Se potessi immergermi in esso
una sola volta ancora,
darei la vita pur di possederlo per sempre.

 

43

 

Anche ora,
oh prodigio! in questo mondo
con centinaia di migliaia di beltà,
in questo mondo dove il fascino, 
aumentato dalla sequela delle generazioni
è diventato incalcolabile,
non esiste possibilità alcuna
di confrontare con altre donne 
le forme incomparabili della mia amata,
e ciò causa nel mio cuore una pena amara.

 

44

 

Anche ora,
lei, dalle giovani membra 
soffici come polline dei fiori, 
dal corpo che ondeggia 
come nelle acque del languore,
ed è simile a un uccello smagliante, 
non cambia, non supera il lago
nero e profondo del distacco,
dove si cullano le ninfee del mio pensiero.

 

45

 

Anche ora,
se stendiamo le nostre reti
oltre i più lontani cieli,
sicuri di prendere in esse 
i piedi dell’aurora,
prima del risveglio e dopo il sonno,
e le stelle visibili e invisibili, 
ciò è ancora nulla, o Vidya.

 

46

 

Anche ora,
questa figlia del re dei re, 
i cui occhi si muovono con languore,
tutta ricolma della gioia 
che la giovinezza ispira,
soffre ora al mio pensiero,
lei che fu mandata da noi 
dall’alto dei cieli.

 

47

 

Anche ora,
ricordo questa fanciulla,
elisir della mia vita,
che ha la bellezza dell’oro,
piena di pudore e al tempo stesso
infiammata dal desiderio, 
timorosa davanti all’amore
fino a tremare, e nella quale 
l’unione dei nostri corpi 
ha fatto nascere spesso il delirio.

 

48

 

Anche ora,
ricordo la compagnia di uomini e donne,
e sotto le loro fronti, 
io vedevo profonde negli occhi 
le loro anime, che scorrevano accanto
a frotte davanti alla mia mente;
il mondo era come un volo di uccelli
che ho visto sorvolare le colline.
Ma nessuno era mai come la mia fanciulla.

 

49

 

Anche ora,
attendo la morte come conforto.
No, neanche se fossi libero come un condor,
potrei vivere un solo istante in altro modo,
senza provare il piacere sul seno
della più bella delle spose,
e poiché le mie pene finiranno con la morte,
io t’imploro, o boia, tronca presto la mia vita!

 

50

 

Anche ora,
io so di aver gustato l’ardente sapore della vita,
nel grande festino ho bevuto dal sospirato calice.
Anche se per un breve istante, la mia diletta
ha versato nei miei occhi la più pura eterna luce.

(Traduzione di Paolo Statuti)

 


Tadeusz Różewicz e Paolo Statuti 1990

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska. Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

 

 Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal polacco in italiano

 

Baterowicz, Marek “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks” (Akademia
Pana Kleksa) Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan “Avventure di viaggio con il prof. Kleks” (Akademia pana
Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw “La Comune di Parigi” Roma, Ragionamenti n.180-181
gennaio-febbraio 1989
Dobraczynski, Jan “L’invincibile armata” Casale Monferrato, Piemme, 1994
(ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)
Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan “Ho visto il Maestro!” (Maria Maddalena) Milano,
Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe)
Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy “Poesie” Stilb n.7 gennaio-febbraio 1982
Ficowski, Jerzy „Il rametto dell’albero del sole” Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo”
Roma, La Fiera letteraria n.3 2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian “Poesie” Roma, Tempo presente n. 9-10 giugno-
Agosto 1981
Małgorzata, Hillar 20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n. 27 7 luglio 1974
Urszula, Kozioł 20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n.20 20 maggio 1973
Ewa, Lipska 20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw “Poesie” Roma, Tempo presente n.6 dicembre 1980
Mrozek, Slawomir “Un caso fortunato” Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo n. 315-316 agosto-settembre 1972 (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cyprian k. “Il pianoforte di Chopin” Roma, Ragionamenti, n.183
aprile 1989
Pomianowski, Jerzy “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973 (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a
oggi” Roma, Editori Riuniti, 1988 (questo lavoro è stato molto
apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian “Austeria” Roma, edizioni e/o 1984 (tradotto in
collaborazione con Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej “Bromba e gli altri e la saga dei Claptuni” Effelle di Marino
Fabbri Roma 1986

 

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński 20 poesie, Edizioni Joker
A. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
A. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

 

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